Rimango seduto qualche minuto dopo la fine del film.
Le luci della sala si riaccendono lentamente; è la seconda volta che vengo ad ammirare Odissea di Christopher Nolan, che entra così nella top 10 dei miei film preferiti. Meritatamente.
Non è semplicemente un film da guardare; è un viaggio da attraversare.
Già fiumi di parole stanno descrivendo questo film, ma ci sono comunque alcuni passaggi che voglio sottolineare con te.
Già, perché alcuni momenti di questo film hanno rappresentato per me un tuffo nel passato, più precisamente nella mia infanzia: fin da bambino sono sempre stato molto affascinato dalla mitologia classica e, più in generale, da quell’elemento magico che nasconde misteriosamente delle verità, che insegna grandi valori e principi da poter utilizzare nella vita quotidiana, anche nella cosiddetta modernità.
Nell’ambito della mitologia greca, da bambino ero affascinato da alcuni personaggi che continuano a rimanere impressi nel mio cuore, come se fossero amici di lunga data. Amici fidati.
C’è Ettore di Troia. Valoroso guerriero, pronto a difendere la sua terra e la sua gente fino al sacrificio. Nonostante il fratello Paride e gli errori di quest’ultimo, è pronto ad accoglierlo insieme ad Elena tra le mura di quella che sarà la città protagonista di un lunghissimo assedio da parte degli Achei.
Purtroppo, Ettore nel film di Nolan non c’è, e questa è forse la mancanza più forte che ho sentito in Odissea.
Se Ettore per me ha sempre rappresentato i valori di lealtà, famiglia e nobiltà, personalmente per me imprescindibili, nello schieramento opposto proprio Odisseo, ovvero Ulisse, è il mio personaggio prefe.
Oggi, quando penso a Ulisse, penso ad un uomo moderno, che ha paura di invecchiare, temendo di non essere più riconosciuto come polytropos, ovvero l’uomo dalle molte svolte, con quel suo modo di pensare e agire estremamente complesso, tortuoso.
Ulisse infatti non vive solo la sua vita: vive molte vite, perde e ritrova la propria identità. È considerato dagli dei e dagli uomini il più furbo sulla faccia della terra; eppure porta sempre con sé un perenne senso di colpa che lo divora dopo ogni sua eclatante impresa.
Ulisse è inoltre il guerriero furbo, colui che usa astuzia e intelligenza al posto dei muscoli (anche se c’è da notare la sapienza nell’utilizzo dell’arco!). A mio avviso, ben più accattivante dei soliti eroi.
Un altro elemento che mi colpisce è la sua fortissima etica della responsabilità, nonostante tutto, l’eroe non rinuncia a Itaca, alla moglie Penelope, al figlio Telemaco e perfino al decrepito, fedele cane Argo.
Nonostante Calipso, Circe e Nausicaa, le donne deina (tremende) che si innamorano perdutamente di lui e fanno di tutto per trattenerlo sulle loro isole, ben più invitanti della ruvida Itaca (a proposito: ti consiglio un viaggio su quell’isola, così come è stato consigliato a me da un caro amico; anche se Itaca di Omero non è, con ogni probabilità, la “vera” Itaca).
Ma, a ben pensare, dopo ancora tanti anni, a me piace soprattutto l’Ulisse innamorato.
L’Ulisse pieno di eros, mosso da quella forza potentissima che lo spinge verso Penelope. Perché dietro le mille astuzie, le strategie, le parole, le imprese c’è un uomo che vuole semplicemente tornare a casa e riabbracciare la donna che ama.
Ulisse rimane lontano da Itaca per vent’anni. Eppure conserva una direzione precisa: Penelope. È come se, attraverso tutte le sue molte vite, ce ne fosse una sola che continua a chiamarlo indietro.
Certo, incontra altre donne, Calipso, Circe e Nausicaa. L’eros di Ulisse però non è semplicemente sensualità, non è il desiderio di possedere un corpo o la ricerca di un piacere momentaneo; è qualcosa di molto più grande.
Una forza che tiene insieme un uomo anche quando tutto intorno a lui sembra volerlo disperdere.
Mentre oggi viviamo in un’epoca in cui è diventato così facile sparire dalla vita degli altri, interrompere un rapporto senza spiegazioni, c’è un’immagine di Ulisse che mi ha sempre colpito particolarmente: ogni mattina, dopo aver passato la notte con la splendida Calipso, si allontana e guarda il mare, pensando a Penelope. Un’immagine potentissima: ha davanti a te una meravigliosa creatura, l’immortalità, un’isola paradisiaca e la possibilità di dimenticare il dolore; eppure continui a guardare verso casa.
Penelope e Odisseo, in questo senso, sono molto simili: entrambi astuti, pazienti, capaci di aspettare, di progettare, di ingannare quando necessario. Ma soprattutto entrambi pieni di amore.
Ulisse mi ha quindi insegnato che sono proprio i sentimenti più profondi e radicati a spingere verso le imprese più grandi. E che l’amore non è necessariamente ciò che rende deboli, ma che può essere ciò che ci tiene insieme quando tutto il resto crolla.
E allora mi chiedo, e ti chiedo: c’è qualcuno o qualcosa che, nonostante tutto, continua a chiamarti indietro?
La mia scena preferita del film: quella di Ulisse che su consiglio di Calipso, dopo aver ricordato finalmente Penelope, si abbandona su una zattera ai flutti del mare. E la tua scena preferita se hai visto il film?
“Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo e vivi. È un atto di fede che non hai ancora mai fatto“.
Ci vediamo il prossimo giovedì.
Buon Viaggio.